
La porta si apre. Quello che doveva essere un semplice mobilificio si trasforma in un intricato labirinto. Corridoi infiniti, stanze spoglie e presenze che sfuggono alla ragione. Clark, un architetto sull’orlo del collasso, si ritrova intrappolato in una realtà parallela, dove ogni passo sembra condurlo più lontano dall’uscita. Oscar Chiwetel Ejiofor interpreta questo uomo perso, conducendo lo spettatore in un viaggio che confonde il confine tra realtà e incubo. Kane Parsons, regista emergente partito da YouTube, ha portato sul grande schermo una tensione più psicologica che basata sugli spaventi tradizionali, sviluppando un’idea nata dai suoi cortometraggi found footage. Il film offre momenti di intensa ansia, anche se a tratti la trama sembra non riuscire a sfruttare appieno il potenziale claustrofobico e inquietante dell’ambientazione.
Clark, architetto in crisi in un mondo che crolla
Clark non sta attraversando un buon periodo. Ha lasciato la professione che amava, quella che aveva immaginato piena di promesse, e ora si barcamena gestendo un mobilificio che fatica a decollare. Le sue videopromozioni sembrano non interessare a nessuno, e l’ambiente di lavoro è avvolto in una nebbia di insuccesso e rassegnazione. Il suo matrimonio è andato a rotoli, e la dipendenza dall’alcol non fa che aggravare una situazione già difficile. Cerca aiuto da Mary Kline, un’analista psicologica che prova, senza troppo successo, a farsi strada nel suo mondo chiuso e tormentato. I loro incontri sono fragili, carichi di tensione e privi di un vero scambio emotivo. Questo stato di crisi prepara il terreno alla scoperta che cambierà tutto: un passaggio misterioso nascosto nel mobilificio, che lo conduce in una dimensione sospesa tra sogno e incubo.
Backrooms: un universo surreale fatto di corridoi gialli e visioni inquietanti
Il cuore del film sta nella rappresentazione delle backrooms, spazi senza senso né ordine, che sfidano ogni tentativo di comprensione. Kane Parsons ha tratto ispirazione dai suoi cortometraggi di successo, costruendo un ambiente dominato da corridoi giallastri, stanze anonime e spazi vuoti, sospesi in un tempo senza fine. Tracce lasciate da presenze misteriose o figure sfocate aumentano il senso di smarrimento. Tutto richiama architetture impossibili, quasi fossero dipinti metafisici dove la realtà tradizionale si sgretola. Il regista gioca con vertigine e senso di alienazione, affidandosi a una messa in scena essenziale e claustrofobica che evita il classico salto sulla sedia per puntare a un’atmosfera profondamente inquietante e suggestiva.
Un giovane regista con buone idee, ma qualche inciampo nel ritmo
Kane Parsons ha solo vent’anni e viene da un percorso legato al found footage su YouTube. L’idea di trasformare quel mondo in un film di novanta minuti dimostra ambizione e creatività, ma il passaggio al lungometraggio mostra qualche limite. L’inizio è lento, quasi didascalico, con una lunga introduzione che rallenta troppo il racconto e diluisce la tensione. Lo spaesamento iniziale si allunga più del necessario, riducendo l’impatto psicologico che avrebbe potuto avere una narrazione più serrata. In certi momenti, il film sfiora appena il potenziale inquietante delle backrooms senza approfondirne davvero l’illogicità e il mistero. La tensione cresce piano, ma non esplode mai in scene di vero terrore, preferendo un disagio psicologico più sottile rispetto al classico horror.
Oscar Ejiofor e Renate Reinsve: due interpreti tra fragilità e psicologia
La prova di Oscar Chiwetel Ejiofor è senza dubbio uno dei punti forti della pellicola. Passa con naturalezza da momenti di profonda tristezza a scoppi di ansia e paura, costruendo un personaggio complesso e credibile. Il suo Clark è un uomo che lotta tra disperazione e voglia di riscatto, e grazie a lui la storia acquista spessore psicologico. Al suo fianco, Renate Reinsve è Mary Kline, l’analista che riflette il disagio di Clark. La sua presenza aggiunge un ulteriore livello emotivo, incarnando una situazione tanto personale quanto universale. Tra i due emerge una relazione fragile e a tratti tesa, che mette in luce le difficoltà di comunicare e affrontare i propri demoni interiori.
Backrooms: metafora del subconscio umano e atmosfera di inquietudine
Il film si presta a diverse interpretazioni. Le stanze inesplorate, l’assenza di un ordine logico e le presenze sfocate possono essere viste come un’immagine della mente umana nei suoi angoli più oscuri. Le backrooms diventano il territorio dell’inconscio, un luogo dove si muovono paure, rimpianti e rapporti interrotti. Clark e Mary sono due facce della stessa medaglia, vittime della fatica di capire e fare pace con il proprio passato. Alcuni spettatori potrebbero vedere questo universo come un esperimento o una sfumatura fantascientifica, richiamando atmosfere di serie come Stranger Things, dove il confine tra realtà e mondi paralleli si fa sottile. Pur con qualche difetto nella scrittura, il film mantiene un’atmosfera capace di disturbare e affascinare allo stesso tempo. Kane Parsons mostra di avere basi solide per creare in futuro opere più mature e complesse, lasciando aperta la porta a nuovi progetti che valorizzino al meglio le sue idee originali.
