Nel silenzio arroventato del deserto, una bambina scomparsa da otto anni torna a bussare, ma non come tutti si aspettavano. Una telefonata cambia tutto: è stata trovata, rinchiusa in un sarcofago antico. I suoi genitori affrontano un dolore che si trasforma in terrore, perché quella bambina non è più la loro. Lee Cronin riprende in mano la leggenda de La mummia, una storia vecchia di decenni che ha già attraversato il grande schermo più volte. Questa volta punta tutto sull’horror puro, ma sotto la patina classica si nascondono cliché e inquietudini già viste, che rischiano di soffocare ogni tentativo di rinnovamento.
Al centro del racconto ci sono Jack Reynor e Laia Costa, genitori straziati dalla scomparsa della loro piccola Katie. Quando la bambina torna dopo anni, le cose non tornano: è avvolta come una mummia, rinchiusa in un sarcofago ritrovato nel deserto, ma il suo comportamento è subito inquietante. Katie si muove con gesti strani, quasi innaturali, e trascina la famiglia in un incubo che spinge tutti a mettere in discussione la realtà intorno a loro.
La storia si sviluppa nel conflitto tra l’amore dei genitori e la paura crescente per quella presenza inquietante. Non si tratta solo di un cambiamento fisico, ma di un carico emotivo pesante: convivere con qualcosa di oscuro e minaccioso mette a dura prova ogni certezza. Il passaggio dal dramma umano all’horror soprannaturale è il filo conduttore, ma la narrazione corre così veloce che fatica a costruire una vera tensione.
Lee Cronin, già noto per film horror come Hole – L’abisso e La casa – Il risveglio del male , sceglie qui una strada ben battuta. Il film si appoggia a ingredienti classici: bambine possedute, ambienti chiusi e claustrofobici, e una serie di jump scare che risultano purtroppo prevedibili.
Nel tentativo di dare nuova vita alla figura della mummia come icona del terrore, il film pesca a piene mani da titoli come Poltergeist e Seven , cercando di evocare quella presenza maligna che si insinua nella quiete domestica. Peccato che la sceneggiatura si aggrappi a vecchi cliché, senza riuscire a rinnovare davvero il genere.
Il ritmo serrato non lascia spazio ai silenzi necessari per costruire la suspense: ogni pausa sembra solo un momento prima del solito spavento improvviso. La mummia diventa così una bambina posseduta che vaga per la casa, senza riuscire a lasciare un segno duraturo.
Dal punto di vista tecnico, il film si affida soprattutto a suoni forti e improvvisi, ormai un espediente abusato in molti horror recenti. Manca quella costruzione sonora più sottile, capace di tenere alta la tensione senza ricorrere a colpi di scena troppo evidenti, come accadeva ne L’esorcista o in altri classici del genere.
Il regista punta molto anche su scene di body horror e sangue, a volte eccessive e poco funzionali alla trama. Questi momenti, pensati per disgustare, finiscono per sembrare gratuiti, più una scorciatoia che una scelta narrativa. Il tentativo di costruire un orrore più profondo e articolato resta così incompiuto.
Anche le possibilità di raccontare qualcosa di più, come il maltrattamento infantile, i problemi nella comunicazione familiare o il senso di colpa, vengono lasciate in secondo piano. Il film si limita a un racconto superficiale, più interessato all’impatto visivo immediato e a preparare eventuali sequel.
Laia Costa si distingue tra le interpreti, mentre la giovane Natalie Grace dà vita a Katie con un sorriso che mette a disagio e movimenti ambigui. Jack Reynor interpreta un padre diviso tra amore e paura, ma anche lui resta imprigionato in una sceneggiatura che non lo aiuta a emergere.
Qualche battuta ironica prova a spezzare la tensione, ma spesso suona fuori luogo, poco integrata nel tono generale del film. Questo mette in luce le difficoltà nel trovare un equilibrio tra momenti di sollievo, recitazione e scrittura.
Il tentativo di costruire una nuova mitologia intorno alla mummia si infrange contro una trama prevedibile e un uso limitato delle risorse per coinvolgere davvero lo spettatore. Restano spunti interessanti, ma soffocati da un meccanismo ormai visto e poco originale.
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Lee Cronin – La mummia arriva nelle sale con l’ambizione di rilanciare un’icona dell’horror. La scelta è quella di un tono familiare e di un impatto visivo aggressivo, ma manca la profondità per raccontare una storia capace di sorprendere. Un’occasione sprecata, che lascia la sensazione di un sarcofago vuoto, privo di quel mistero e di quella forza che si pensava di risvegliare.
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