Piazza San Cosimato, a Roma, si è trasformata in un teatro a cielo aperto, avvolta dalle prime ombre della sera. Robert De Niro, con la sua presenza imponente, ha catturato l’attenzione di una folla silenziosa e numerosa, un’accoglienza che nemmeno lui si aspettava. L’occasione? La presentazione della versione restaurata di Novecento – Atto I, un capolavoro che ha segnato la storia del cinema italiano e internazionale. Quel ritorno ha risvegliato ricordi profondi, soprattutto di quei giorni sul set emiliano, quando un film ha cambiato per sempre il modo di raccontare una parte di Novecento.
Quando De Niro è entrato in piazza, è stato accolto da un fragoroso applauso. Lui stesso, convinto di un incontro più raccolto, ha sorriso: «Pensavo sarebbe stata una cosa tra pochi intimi». Invece, centinaia di persone lo attendevano, creando subito un’atmosfera carica di emozione. Non era la sua prima volta a Roma, ma questa visita aveva un sapore diverso: un omaggio al cinema italiano e a Bernardo Bertolucci, scomparso nel 2018, che lo aveva diretto in Novecento nel 1976. Quel personaggio, Alfredo Berlinghieri, è rimasto impresso nella storia del Novecento italiano.
L’evento, organizzato da Il Cinema in Piazza, ha permesso a De Niro di dialogare con Antonio Monda e Valerio Carocci, ripercorrendo gli anni ’70, le difficoltà sul set e l’esperienza accanto a star di calibro internazionale.
De Niro ha ammesso di non ricordare esattamente come iniziò il rapporto con Bertolucci. La proposta per Novecento arrivò prima dell’uscita de Il Padrino – Parte II, un momento cruciale per la sua carriera. Bertolucci gli mostrò la sceneggiatura e gli offrì il ruolo di Alfredo. L’attore fu subito catturato dall’idea, riconoscendo in Bertolucci un talento fuori dal comune, già noto per film come Il conformista e Ultimo tango a Parigi. De Niro ha descritto il regista come “very simpatico”, sottolineando però la differenza di approccio rispetto al modo di lavorare americano. Bertolucci era un regista “poetico”, meno rigido e più istintivo nel dirigere.
Le riprese di Novecento durarono otto-dieci mesi, principalmente nelle campagne dell’Emilia-Romagna. Sul set si parlavano più lingue: italiano, francese, inglese. Attori come Gérard Depardieu, Burt Lancaster, Sterling Hayden, Donald Sutherland, Stefania Sandrelli e Dominique Sanda si alternavano sotto la guida di Bertolucci. De Niro ha raccontato che la confusione linguistica rappresentava una sfida, ma era anche parte del fascino del progetto. Ognuno recitava nella propria lingua madre, mentre lui imparava l’italiano piano piano. Nonostante tutto, questa mescolanza non creava problemi, anzi, contribuiva a un’atmosfera unica, in linea con la portata internazionale del film.
Le interazioni con colleghi come Donald Sutherland, che interpretava un fascista violento, sono rimaste impresse in De Niro, che ha definito tutti “fantastici” per professionalità e talento.
Uno degli episodi più curiosi riguarda la scena in cui Alfredo e Olmo appaiono anziani. Bertolucci scelse di girarla all’inizio delle riprese, una decisione che De Niro definì “folle”. Pensava che un film epico come Novecento dovesse seguire una progressione più lineare. Alla fine, però, quella scena venne rifatta mesi dopo, quando gli attori avevano già attraversato l’intero arco dei loro personaggi. Questo modo non convenzionale di lavorare sembrava strano a De Niro all’inizio, ma col tempo ha capito che faceva parte della grandezza artistica di Bertolucci. Sul set si andava oltre la tecnica, si entrava in un territorio più creativo e poetico.
Tra i ricordi più vivi di De Niro ci sono le serate passate nelle trattorie tra Parma e Reggio Emilia. Bertolucci amava portare il cast a cenare in luoghi tradizionali, dove si creava un clima di festa e condivisione. De Niro ha definito quelle cene “la migliore esperienza gastronomica” della sua vita. Quei momenti di convivialità aiutavano a superare le barriere linguistiche e le tensioni del set. Dopo mezzo secolo, quell’atmosfera resta impressa nella memoria dell’attore come un momento di grande umanità e relax.
Il tema politico del film è stato al centro della serata. De Niro ha sottolineato come Bertolucci fosse “dalla parte della gente”, senza entrare nei dettagli della sua posizione politica. Per l’attore, Novecento è una denuncia contro l’oppressione, una storia che mette in chiaro cosa è giusto e cosa no. De Niro si è detto orgoglioso di aver partecipato a un’opera con un messaggio così forte e attuale. A cinquant’anni dall’uscita, il film mantiene intatta la sua forza, raccontando con il linguaggio del cinema un pezzo importante della storia italiana.
Il restauro, curato dalla Cineteca di Bologna, fa parte di un progetto più ampio dedicato a conservare l’eredità di Bernardo Bertolucci.
Il 1976 fu un anno cruciale: insieme a Novecento, De Niro girò pellicole fondamentali come Taxi Driver e Gli ultimi fuochi. Interrogato sulla sua energia, l’attore ha detto che la voglia di lavorare è rimasta forte anche oggi. Parlando di Martin Scorsese, con cui collabora da più di cinquant’anni, ha confermato di essere pronto per nuovi progetti. Una carriera segnata da film come Mean Streets, Raging Bull e The Irishman dimostra una passione e una determinazione che non si spengono.
La chiusura dell’incontro è stata una carrellata di nomi celebri: Joe Pesci, Al Pacino, Meryl Streep, Sergio Leone. De Niro ha ricordato Leone come “un uomo simpatico, senza pretese e con grande senso dell’umorismo”. Sulla famosa scena di Heat con Pacino, ha sfatato la leggenda dell’improvvisazione, sottolineando la precisione e il rigore di regista e sceneggiatore Michael Mann.
Negli ultimi minuti, De Niro si è rivolto ai giovani in piazza, invitandoli a seguire sempre il proprio istinto e a non avere paura di affrontare ingiustizie o situazioni difficili. Un messaggio che richiama il tema politico di Novecento e la responsabilità di ognuno nel costruire un futuro migliore. Il pubblico ha salutato l’attore con un’ovazione, chiudendo una serata che ha celebrato il cinema, la memoria e la cultura italiana.
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