Le canzoni più popolari che non hanno vinto il Festival di Sanremo

Tra sconfitte clamorose, outsider e pezzi diventati famosissimi, ecco alcune tra le canzoni più popolari che avrebbero meritato di più al Festival di Sanremo

Sanremo 2024 è alle porte, al quinto anno dell’era Amadeus, il quale sembra aver trovato la formula giusta mettendo insieme dei cast interessanti e dove spesso le canzoni migliori vincono!

Per tanti anni al Festival della Canzone italiana vincevano spesso canzoni destinate poi a essere dimenticate, mentre molti grandi brani rimanevano indietro in classifica, o magari venivano insigniti del premio della critica, ma erano grandi canzoni, scritte da grandi autori che alla prova del tempo hanno vinto alla grande.

Tra meteore durate lo spazio di un festival, concorrenti improbabili, momenti surreali da teatro dell’assurdo, a rimanere, per fortuna, sono sempre le grandi canzoni. Eccone alcune che non hanno vinto ma sono entrare nella storia della canzone italiana.

Le canzoni più popolari che non hanno vinto il Festival di Sanremo

Iniziamo con la prima e ultima volta al Festival di Sanremo per Lucio Battisti, nel 1969, con Un’avventura: il brano, scritto da Mogol, si classifica al nono posto e viene stroncato dalla critica, che non risparmia nemmeno il cantautore.

Esperienza da dimenticare per lui sul palco dell’Ariston, ma il riscatto arriva subito dopo grazie al pubblico che in tutta Italia non smette di cantare quella canzone (e ancora la canta).

Altra delusione sanremese anche per un già noto e apprezzato Lucio Dalla che, nel 1972 torna al Festival – dopo il terzo posto dell’anno prima – e regala una delle sue canzoni più belle: Piazza Grande, la quale però non convince la giuria che gli riserva un misero ottavo posto in classifica.

Lucio Battisti insieme a Mina prima di un concerto
Lucio Battisti insieme a Mina prima di un concerto – Wikimedia Commons @Sconosciuto – Radiocorriere TV, May 1972 – Sanremostory.it

 

Era il Sanremo del 1978 e sul palco dell’Ariston arrivò una creatura che sembrava arrivare da qualche altro mondo: Anna Oxa l’avremmo vista in decine di reincarnazioni e look diversi, ma a quel Sanremo fece scalpore: era vestita da uomo, in abito, camicia e cravatta, un trucco pesante sugli occhi e i capelli corti e scuri.

Era un po’ glam rock, un po’ punk, un po’ new wave, comunque anni e anni avanti il panorama italiano dell’epoca e non aveva ancora compiuto 17 anni.

Quel look lo aveva suggerito Ivan Cattaneo, un altro in anticipo sui tempi, ma la potenza di Anna Oxa era, ed è, soprattutto in quella  canzone: Un’emozione da poco, scritta da Ivano Fossati e Guido Guglielminetti.

Un’emozione da poco, un gioiello di parole e musica, di dolcezza e potenza, sarebbe arrivata seconda al festival ma sarebbe entrata nella storia della musica italiana.

Sempre in quel Sanremo del 1978 c’era anche un’altra canzone destinata a non vincere – arrivando al terzo posto – ma a rimanere per sempre nella nostra memoria: si tratta di Gianna di Rino Gaetano, evergreen di un’artista che se n’è andato troppo presto.

Musica allegra e testo carico di allusioni e giochi di parole, come vuole lo stile di Gaetano, fu la prima canzone della storia di Sanremo a contenere la parola sesso. La canzone, che fa parte dell’album Nuntereggae più, può essere letta nel suo significato più letterale, ma anche come (questa è una chiave di lettura che è stata suggerita) un racconto ironico della Massoneria e della politica italiana.

Gianna è una canzone immortale e la sottile e disincantata ironia di Rino Gaetano è proprio quello che manca per leggere i tempi che stiamo vivendo oggi.

È la storia di una donna anche Contessa, portata dalla band punk elettronica Decibel (cui leader era Enrico Ruggeri) al Sanremo del 1980.

La musica fu scritta da Fabio Mulzio, e, appena ascoltata, Enrico Ruggeri in pochi giorni scrisse il testo. Contessa è contenuta nell’album Vivo da Re: storia di una donna capricciosa e irresistibile, Contessa secondo qualcuno è dedicata a Renato Zero, con cui i Decibel avevano avuto dei problemi di natura editoriale. In quel Sanremo del 1980, in cui non c’era più l’orchestra e tutti cantavano su basi registrare, i Decibel furono tra i pochi a suonare dal vivo.

Vasco Rossi è l’esempio più eclatante del fatto che non serve vincere Sanremo per entrare nella storia della musica: le esibizioni di Vasco al Festival sono state due, ed entrambe hanno lasciato il segno.

Nel 1982 il rocker di Zocca era in gara con Vado al massimo e nel 1983 con Vita spericolata, che sarebbe diventata una delle sue canzoni simbolo.

In quell’occasione, Vasco colpì tutti per aver abbandonato il palco lasciando la base e i cori in playback a finire la canzone. Vita spericolata (contenuta nello storico album Bollicine) entra nella storia semplicemente perché è una grande canzone: scritta da Vasco Rossi e Tullio Ferro, con un inizio per voce e piano prima dell’esplosione rock con tutta la band, la canzone nacque durante un pomeriggio piovoso, a Cagliari, prima di un concerto.

Il riferimento al Roxy Bar è un omaggio alla canzone Che notte di Fred Buscaglione. Vasco arrivò penultimo, in quel Sanremo del 1983, ma la canzone sarebbe diventata un inno, un pezzo capace come pochi altri in grado di cogliere lo stato d’animo di una generazione e di far identificare migliaia di persone in quelle parole.

Da quel Festival del 1983 (che, sapevatelo, fu vinto dalla meteora Tiziana Rivale con Sarà quel che sarà, ma che era anche l’edizione de L’italiano di Toto Cutugno) sarebbe uscita, alla grande, un’altra canzone storica.

È Vacanze romane dei Matia Bazar, canzone scritta da Aldo Stellita per il testo (ma fu firmata da Giancarlo Golzi per i diritti della SIAE) e da Carlo Marrale per la musica.

Arrivata al quinto posto, e insignita del premio della critica, sarebbe diventata un classico della canzone italiana, merito dell’atmosfera rétro della melodia, degli arrangiamenti elettronici e della voce angelica di Antonella Ruggiero.

I Matia Bazar, che avevano sostituito il tastierista Piero Cassano con Mauro Sabbione, stavano svoltando verso un particolarissimo techno-pop, e il contrasto tra sintetizzatori e atmosfere d’altri tempi si rivela vincente.

La canzone parla di nostalgia per una Roma d’altri tempi, quella del film omonimo degli anni Cinquanta, ma anche, guardando più indietro dell’epoca delle operette come Il paese dei campanelli e La vedova allegra. E ancora, La dolce vita di Fellini e Greta Garbo, per una canzone che fa volare l’immaginazione.

Zucchero, Mia Martini, Patty Pravo e molti altri che ottennero la gloria post Sanremo

Nel 1985 Zucchero si presenta a Sanremo con un brano giudicato (allora) superficiale e di poco appeal: il celebre bluesman, apprezzato in tutto il mondo, si classifica penultimo con Donne, brano che subito dopo il Festival scalò le classifiche e che, ancora oggi, rappresenta un cult della musica italiana.

Enrico Ruggieri scrisse, con Luigi Schiavone Quello che le donne non dicono per Fiorella Mannoia in occasione del Festival di Sanremo del 1987. Prima di affidarla alla Mannoia, si era pensato a Lena Biolcati o a Fiordaliso, ma si decise di affidarla alla cantante romana perché avrebbe dato più credibilità al brano.

Esibizione di Mia Martini
Esibizione di Mia Martini – Wikimedia Commons @PubblicoDominio – Sanremostory.it

 

E così fu: la canzone vinse il premio della critica e andò subito in classifica dove rimase a lungo. La carriera della Mannoia decollò definitivamente, e l’anno dopo, al Festival, bissò il successo con un’altra canzone d’autore, Le notti di maggio, scritta dal grande Ivano Fossati. Nel corso degli anni la canzone è stata usata come sigla per diversi programmi tv e come colonna sonora per spot pubblicitari.

Il Festival di Sanremo del 1989 passerà alla storia per la vittoria di Anna Oxa e Fausto Leali con Ti lascerò, certo, ma non solo: è anche il festival di una di quelle canzoni che sarebbero rimaste per sempre, Almeno tu nell’universo, cantata da Mia Martini.

Almeno tu nell’universo è stata scritta da Bruno Lauzi e Maurizio Fabrizio, ma nel lontano 1972, nella stessa settimana in cui scrissero Piccolo uomo.

Lauzi voleva che fosse proprio Mimì a cantarla per prima e così aspettò fino al 1989: nono posto a Sanremo e premio della critica, Almeno tu nell’universo è uno di quei momenti del festival che vanno ancora oltre la bellezza della canzone: è stato infatti il rientro sulle scene di Mia Martini dopo anni di assurdo ostracismo da parte del mondo dello spettacolo.

Tra spot pubblicitari e un’onda lunga che non si è mai arrestata, Almeno tu nell’universo è diventata disco di platino nel 2021.

Un’altra grande interprete italiana, e un’altra coppia di grandi autori: E dimmi che non vuoi morire, cantata da Patty Pravo, è stata una delle canzoni che ha segnato l’edizione di Sanremo del 1997 (quello vinto dai Jalisse) e gli anni a venire.

A regalare questa canzone intensa a Patty Pravo sono stati Vasco Rossi e Gaetano Curreri. Ancora una volta, come aveva fatto con Sally, Vasco è stato eccezionale nell’immedesimarsi in una donna, non più giovane, che fa i conti con la propria età ma che è ancora affamata di vita.

Per Patty Pravo fu ottavo posto e premio della critica, ma soprattutto un grande successo di vendite e un rilancio della propria carriera.

Nello stesso anno ci fu un’altra clamorosa bocciatura: Carmen Consoli con Confusa e felice che venne eliminata dopo la prima serata: un giudizio impietoso dal quale la cantautrice siciliana si è subito ripresa grazie al successo in radio e alla grande ascesa nel panorama nazionale.

Dal Sanremo del 2000 condotto da Fabio Fazio, Luciano Pavarotti e Ines Sastre, vinto dalla Piccola Orchestra Avion Travel, arriva Replay, canzone di Samuele Bersani arrivata quinta, e tornata a casa anche con il premio della critica dedicato a Mia Martini.

Inserita nell’album Oroscopo speciale, sarebbe diventata anche il singolo più venduto di Samuele Bersani, consacrandolo definitivamente come uno dei nuovi cantautori italiani. Replay entrò anche nella colonna sonora del film di Aldo, Giovanni e Giacomo Chiedimi se sono felice.

Sempre da quel festival del 2000 arriva una canzone destinata ad entrare nella storia: Tutti i i miei sbagli dei Subsonica era un segnale che qualcosa, a Sanremo, stava cambiando.

I Subsonica arrivarono undicesimi, e forse presero anche qualche fischio, ma l’impatto che ebbe quella partecipazione si poteva toccare con mano.

Tutti i miei sbagli fu scritta da Max Casacci e Boosta per la musica, e Max Casacci e Samuel per il testo. Pare che Casacci avesse sentito canticchiare Samuel una melodia con voce baritonale. Quel motivo rimase in testa al chitarrista, che così buttò giù gli accordi e consigliò al cantante di alzare la voce di una quinta. Nacque così Tutti i miei sbagli: ma era una ballata.

Sarà Boosta, il tastierista, a suggerire una ritmica più dance  creando un brano perfetto, destinato a diventare un classico. Tutti i miei sbagli racconta un amore tormentato, ma può essere letta anche come una metafora della dipendenza da sostanze stupefacenti.

Infine arriviamo al 2005 dove i Negramaro si presentano a Sanremo tra le nuove proposte con il brano Mentre tutto scorre: vennero eliminati nella terza serata, con il rischio di essere archiviati come quelli che non ce l’hanno fatta, mentre la canzone ottenne un discreto successo e poco dopo arrivarono il disco di platino e il Nastro d’Argento come miglior colonna sonora per il film La Febbre.

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