Kim Novak, a 93 anni, rompe il silenzio con una voce autentica che arriva dritta al cuore. Al Festival di Venezia 2025, il documentario su di lei evita gli stereotipi da diva hollywoodiana per svelare un ritratto intimo e profondo. Non è solo la star di “Vertigo”, il capolavoro di Hitchcock, ma una donna che ha scelto di ritirarsi lontano dai riflettori, alla ricerca di sé stessa. Il regista Alexandre O. Philippe prende spunto proprio da quel film cult per scandagliare le contraddizioni di una vita divisa tra fama e libertà, tra apparenza e verità. E Kim, senza filtri, racconta la sua storia, senza nascondersi dietro la maschera.
Al centro del documentario c’è il rapporto di Kim Novak con la propria memoria. La voce è quella dell’attrice stessa, che tiene saldamente in mano il controllo della sua storia, delle sue scelte, del passato. Si fa strada un conflitto antico: Marilyn, il suo vero nome, legato all’intimo, e Kim, l’icona costruita dall’industria del cinema. Questa doppia identità, raccontata senza filtri, ricorda i personaggi di Hitchcock, Madeleine e Judy, simboli di una frattura tra immagine e realtà.
Tra gli oggetti ritrovati nella soffitta dei ricordi spiccano un tailleur grigio firmato Edith Head e pagine di sceneggiatura quasi bruciate, tracce tangibili di un passato che pesa ancora. Il documentario mostra come questo dualismo non abbia relegato la star a un ruolo passivo, ma l’abbia spinta a riprendere in mano la narrazione della propria vita.
L’autocritica di Novak si trasforma in un’analisi profonda, dove identità e memoria si intrecciano, mettendo in luce la sovrapposizione tra la donna reale e il personaggio pubblico. È una rilettura di sé senza nascondere le ferite, anzi, usandole per acquisire consapevolezza in un percorso di rielaborazione che è anche una forma di resistenza contro chi voleva definirle il destino.
Il documentario affronta senza giri di parole il ruolo dello sguardo maschile nella Hollywood degli anni ’50, evitando le facili retoriche. Kim Novak ricorda come il sistema la manipolasse, a partire dal rapporto con Alfred Hitchcock, che pur dando ruoli importanti, costruiva sulle attrici un’immagine spesso feticistica, complessa e a tratti alienante.
Dall’altra parte c’è Harry Cohn, il capo della Columbia Pictures, esempio chiaro di prevaricazione psicologica. Novak racconta con amarezza le pressioni e le dinamiche di potere che hanno segnato la sua carriera e la sua vita privata. La narrazione non vuole demonizzare, ma far luce su un ambiente in cui la mercificazione del corpo femminile era, purtroppo, una realtà.
Nel racconto, il regista inserisce sequenze di film come “Baciami, stupido!” di Billy Wilder, rare eccezioni di corporeità autentica, lontane dagli schemi rigidi degli studi. Questo serve a mettere a confronto formule cinematografiche dominanti e momenti di libertà espressiva. Il viaggio di Novak continua con la sua passione per la pittura, un modo per trasformare le esperienze vissute in immagini: spirali, paesaggi marini diventano simboli di guarigione e rielaborazione personale.
Kim Novak ha fatto una scelta che, oggi come allora, appare coraggiosa: lasciare i riflettori quando era al culmine del successo. Da icona di Hollywood avrebbe potuto continuare a mietere trionfi, invece ha scelto di ritirarsi nella tranquillità dei boschi dell’Oregon, dedicandosi all’arte e a se stessa.
Il documentario racconta come quella decisione sia stata un percorso complesso, mosso dal desiderio di riconquistare una libertà che il sistema le aveva negato. Viene ricordata la vicenda di grandi dive come Greta Garbo, donne fragili ma determinate, capaci di sfidare le regole dell’industria.
Andarsene dalla scena non è stata una resa, ma un atto di emancipazione. Novak ha preso in mano il proprio destino, ridefinendo la sua identità lontano dagli schemi di Hollywood. La pittura diventa così l’ultima frontiera per raccontare, attraverso le immagini, il viaggio interiore di una donna che ha saputo non farsi ingabbiare nel mito.
Il documentario di Alexandre O. Philippe è una ricostruzione senza filtri, che intreccia biografia e riflessione artistica. Senza sconti, mostra il prezzo pagato dall’attrice per resistere alle imposizioni del sistema, consegnandoci un ritratto di lotta e dignità nella storia del cinema americano.
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