Quando un romanziere solitario sbarca in Irlanda con l’intenzione di spargere le ceneri dei genitori, si aspetta forse un momento di pace. Invece, il silenzio dell’hotel si rompe presto, ma non con urla o apparizioni spettrali. Succede qualcosa di più sottile, di più inquietante. Damian McCarthy, al suo terzo film, crea un horror psicologico che non punta sul brivido facile, ma scava a fondo nel trauma e nei ricordi nascosti. Non è solo un mistero da risolvere: è un viaggio nella mente e nel dolore che si rifiuta di scomparire.
Adam Scott interpreta Ohm Bauman, uno scrittore solitario e distante, lontano dai suoi ruoli più noti e spesso comici. Qui, Scott dà corpo a un uomo chiuso, segnato da un passato oscuro e da un dolore che non si è mai risolto. Con uno sguardo intenso e una recitazione che oscilla tra cinismo e fragilità, l’attore rende credibile un personaggio brusco, a tratti scontroso. Ohm ha perso quasi ogni filtro e si affida a una sincerità tagliente, che a volte sfocia in momenti ironici, spezzando la tensione.
Il lavoro di Scott è il motore del film: aiuta chi guarda a entrare nella complessità di Ohm, ben oltre gli eventi soprannaturali. Il suo approccio cupo e a tratti ruvido racconta di un uomo che lotta con i propri demoni, respingendo chiunque tenti di avvicinarsi. È una prova d’attore intensa, che arricchisce la storia e dà profondità alla narrazione.
Fin dall’inizio, Hokum cala lo spettatore in un clima pesante. L’hotel dove si svolge gran parte della storia sembra un labirinto opprimente, con corridoi bui e spazi angusti. Damian McCarthy non lascia respiro: gli episodi paranormali arrivano all’improvviso, senza un lento buildup, disorientando e aumentando la suspense. I salti di paura colpiscono quando meno te lo aspetti, ma la vera forza sta nel modo in cui la tensione si accumula, creando un senso di attesa soffocante.
Il folklore irlandese fa da sfondo e da anima alla storia. Le presenze soprannaturali diventano quasi simboli di un tormento personale, un modo per manifestare un trauma che Ohm cerca di ignorare. Più che spaventare con fantasmi, il film usa la mitologia locale per scavare nelle ferite interiori. Questo doppio piano rende Hokum unico nel panorama horror attuale, dove mistero e psicologia si intrecciano in modo profondo.
La scomparsa di una dipendente dell’hotel aggiunge poi una nota da thriller, aumentando l’inquietudine e tenendo viva la curiosità fino all’ultimo.
La scelta dell’hotel come ambientazione non è casuale: diventa lo specchio della mente tormentata di Ohm Bauman. I corridoi infiniti, le stanze oscure, le presenze misteriose rappresentano paure represse e ricordi dolorosi, soprattutto legati all’infanzia. Ogni evento tra quelle mura può essere visto come un pezzo di un puzzle mentale complesso.
Restare chiuso in quel luogo costringe il protagonista a fare i conti con i suoi fantasmi interiori, scavando tra segreti e ansie a lungo nascosti. La trama segue questo percorso di autoanalisi, arrivando a un momento di svolta che apre la strada a una nuova consapevolezza. Per Ohm, affrontare quel passato significa trovare un equilibrio più stabile, che lo aiuta anche nel suo lavoro di scrittore.
Ambientare gran parte della storia in un unico luogo contribuisce a mantenere alta la tensione psicologica, offrendo una cornice concreta e opprimente che guida ogni passo verso la risoluzione interiore.
Hokum dura circa due ore, un tempo che permette di sviluppare con calma la storia e i personaggi. La prima parte, circa 40 minuti, scorre più lenta, concentrandosi su atmosfera e preparazione agli eventi inquietanti. Questa scelta può sembrare lunga per chi cerca subito azione, ma serve a costruire solide basi per la tensione.
Un neo del film è la scarsa spiegazione sull’entità che sembra infestare l’hotel. Le informazioni restano vaghe, affidate a brevi racconti del proprietario rivolti a qualche ospite. Sarebbe stato interessante approfondire meglio questo aspetto, per aumentare paura e mistero. Tuttavia, questa mancanza non rovina la qualità complessiva.
Il mix di horror tradizionale, giallo e dramma psicologico funziona bene, e la tensione non cala mai fino alla fine. McCarthy conferma la sua capacità di sfruttare ambientazioni semplici e pochi effetti per creare un’atmosfera disturbante, senza cadere in soluzioni scontate o esagerate.
Hokum, distribuito da Lucky Red e uscito il 5 agosto 2026, è un film che unisce generi diversi con mano sicura. Damian McCarthy, regista irlandese, affronta temi complessi come lutto e trauma usando le forme dell’horror, ma raccontando sempre una storia di dramma psicologico e mistero.
Il film si distingue per la capacità di mantenere alta la tensione con uno stile sobrio e diretto, basandosi su un’atmosfera scura e una narrazione stratificata. La performance intensa di Adam Scott regge tutta la struttura, dando vita a un personaggio credibile e sfaccettato.
Alla fine, Hokum si conferma una proposta interessante che supera i confini del genere horror, portando lo spettatore dentro una storia di fantasmi tanto reali quanto interiori, tracciando un percorso di sofferenza e consapevolezza che resta nel cuore.
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