La sala era gremita, l’atmosfera carica di attesa: un evento di rilievo, con la proiezione restaurata di Novecento – Atto I e Robert De Niro in persona. Poi, all’improvviso, Valerio Carocci ha interrotto tutto. Il presidente della Fondazione Piccolo America ha preso la parola, senza giri di parole, davanti a un pubblico attonito. Ha raccontato di paure reali, di pressioni costanti, di un sistema che sembra chiudere le porte agli spazi culturali indipendenti a Roma. Un’accusa netta, che punta il dito contro il Comune e denuncia il silenzio di chi dovrebbe raccontare.
Tra cinema e tensioni: la serata di piazza San Cosimato
Il 24 giugno 2024, piazza San Cosimato a Trastevere era gremita per celebrare mezzo secolo di Novecento, film simbolo della storia italiana e delle sue contraddizioni sociali. Robert De Niro ha presentato la versione restaurata davanti a un pubblico attento e coinvolto.
Ma a sorpresa, al termine, è salito sul palco Carocci. Il presidente del Piccolo America ha collegato le parole di De Niro, che parlava di istinto e reazione contro le ingiustizie, alla realtà che lui stesso vive ogni giorno. Ha raccontato le difficoltà del suo spazio culturale e di chi, come lui, lotta per mantenere aperti e accessibili luoghi di aggregazione in una città che sembra invece chiuderli.
Carocci ha ricordato una promessa del sindaco Gualtieri: tutelare i territori culturali di Roma. Promessa che, secondo lui, resta in gran parte disattesa, in un clima di opacità e ostilità da parte del Campidoglio. Con parole cariche di tensione, ha confessato la sua paura: «Non mi sono mai sentito così spaventato». Parole che non riguardano solo lui, ma anche chi gli sta vicino.
Pressioni sui social e il muro di silenzio dei media
Nel suo intervento, Carocci ha denunciato pressioni precise e mirate. Ha raccontato di giovani legati alla Fondazione Piccolo America che sarebbero stati contattati direttamente dall’ufficio del sindaco per togliere i “mi piace” da pagine social legate al Piccolo America. E non è tutto: avrebbe inviato segnalazioni alla stampa, ma senza ottenere alcun riscontro sui grandi quotidiani romani.
Per Carocci, questo silenzio equivale a una censura che soffoca il pluralismo. Ricordando il nonno, ha fatto notare come un tempo i giornali offrivano punti di vista diversi, mentre oggi sembrano raccontare la stessa storia, seguendo un’unica linea. Un fenomeno che, sostiene, non si era mai visto nemmeno sotto le passate amministrazioni.
Dietro a tutto questo si intravede un conflitto più ampio tra la Fondazione e l’amministrazione, dove la comunicazione rischia di diventare uno strumento di controllo anziché di dialogo.
Ex Cinema Metropolitan: da spazio culturale a centro commerciale?
Al centro della battaglia c’è il destino dell’ex Cinema Metropolitan di via del Corso. Il progetto in ballo prevede di trasformare quello che era un luogo di cultura in un centro commerciale, con una grande distribuzione e una sola sala cinematografica da 99 posti, concessa a Roma Capitale per appena 120 giorni l’anno e gratuitamente.
Carocci e molte associazioni culturali vedono in questo piano un pericolo per l’identità artistica del quartiere. In piazza San Cosimato, ha sintetizzato così: «Se si trasforma il Metropolitan in centro commerciale, non resta niente di non commerciale, solo asfalto».
Non sono mancati attacchi a esponenti del Partito Democratico, come l’assessora Valeria Baglio. Carocci ha respinto l’accusa di aggressività, ricordando che dissentire è un diritto fondamentale in democrazia.
Il Piccolo America è parte di un movimento più ampio nato con l’occupazione dell’ex Cinema America nel 2012, che ha dato vita a eventi come Cinema in Piazza. Queste iniziative hanno reso accessibili a tutti film e incontri con protagonisti del cinema, rafforzando il legame diretto tra comunità e cultura.
Libertà di critica senza inciuci politici
Carocci ha chiarito di non avere ambizioni politiche: la sua opposizione alle scelte urbanistiche e culturali non nasce da calcoli elettorali. Anzi, sostiene che un ruolo istituzionale gli toglierebbe la libertà di criticare e proporre cambiamenti, libertà che invece conserva restando fuori dalla politica ufficiale.
Nel suo discorso ha citato anche l’europarlamentare Massimiliano Smeriglio, lamentando di essere stato lasciato solo in momenti di confronto difficili, con interlocutori che avrebbero persino minacciato lui e chi gli sta vicino. Questa esperienza ha rafforzato la sua decisione di mantenere un ruolo indipendente, necessario per denunciare quello che ritiene un danno per la città.
Ha concluso con un appello al dialogo e una grave accusa: il progressivo acquisto di immobili nel rione Trastevere da parte di soggetti legati a reti mafiose, un problema che chiede risposte immediate da parte delle istituzioni.
L’intervento di Valerio Carocci è stato più di un semplice appello per un progetto culturale. È la fotografia di una tensione crescente tra realtà indipendenti e istituzioni, tra diritti culturali e interessi pubblici, tra paura e voglia di resistere per una Roma che non vuole arrendersi.
