Cinque anni di sedute e l’ansia di Damien non dà segno di voler mollare la presa. Il suo terapeuta, il dottor Beranger, è arrivato al limite: “Trova una compagna stabile e la terapia finisce”. Ecco che, quasi per caso, Damien incontra Alice. La svolta? Alice è la figlia del dottore. Una dinamica perfetta per scatenare guai, e infatti, durante una festa di famiglia, gli equivoci si moltiplicano. Il problema? Tutto si risolve senza spunti nuovi, lasciando un senso di già visto e poca profondità.
“Terapia di famiglia”, scritto e diretto da Arnaud Lemort, si affida ai volti noti di Christian Clavier e Baptiste Lecaplain per raccontare una commedia degli equivoci tutta basata sullo scontro generazionale e le tensioni familiari. Lecaplain è Damien, il giovane insicuro alle prese con le sue ansie, mentre Clavier interpreta il padre iperprotettivo che cerca di mettere i bastoni tra le ruote alla sua relazione. Claire Chust è Alice, il centro di tutto il conflitto.
La storia segue binari prevedibili e situazioni già viste in film come “Ti presento i miei”, dove il divertimento nasce dallo scontro tra caratteri opposti. Qui però la comicità fatica a decollare, frenata da una scrittura poco brillante e da battute messe in scena senza ritmo. Il film procede senza guizzi, con conflitti che sembrano sempre gli stessi, senza un vero scossone.
Il peso maggiore del film ricade su Christian Clavier, attore di grande esperienza e carisma comico, ma neanche lui riesce a risollevare una storia che resta piatta. Baptiste Lecaplain, celebre per i suoi spettacoli comici, ha poco spazio per mostrare la sua verve, costretto a seguire una sceneggiatura che non lascia spazio all’improvvisazione.
Anche i personaggi secondari, pur numerosi, sono poco sfruttati e si riducono a ruoli di contorno senza spessore, quasi caricature. Le gag sono spesso banali e facilmente intuibili, incapaci di strappare una risata vera. Il risultato è una comicità che punta sulla facilità, senza approfondimenti o sorprese.
Il problema più grosso di “Terapia di famiglia” sta nel modo superficiale con cui affronta temi importanti come ansia, depressione e paure irrazionali. Questi aspetti, che sono il cuore del personaggio di Damien, vengono usati solo come pretesto per creare situazioni imbarazzanti o equivoci, senza mai entrare davvero nella loro complessità.
Il film sfiora questi argomenti senza mai scavarci dentro, trasformandoli in semplice materiale comico. Manca quel giusto equilibrio tra ironia e sensibilità che avrebbe potuto dare più spessore alla storia e coinvolgere davvero lo spettatore, come invece il cinema francese di qualità sa spesso fare.
Tra le poche note positive, ci sono le ambientazioni: le riprese si svolgono sulle rive di un lago nell’Auvergne-Rhône-Alpes, che regalano un’atmosfera naturale e piacevole. I paesaggi curati danno un tocco estetico gradevole, ma non bastano a risollevare un racconto piuttosto piatto.
Il ritmo è sostenuto, senza momenti morti, e qualche sorriso riesce a strappare. Però la successione degli eventi è troppo lineare, senza colpi di scena o invenzioni particolari. Così il film si limita a un intrattenimento leggero, senza riuscire a emergere in un panorama di commedie più sfumate e intelligenti.
“Terapia di famiglia” resta un prodotto pensato per un pubblico che cerca una visione spensierata, ma paga la scelta di una sceneggiatura fragile e personaggi poco definiti. Se il cinema francese ha spesso saputo unire ironia e riflessione, qui si resta su un terreno troppo tradizionale e prevedibile. Il risultato è una commedia che lascia la sensazione di un’occasione mancata, con spunti interessanti messi in scena senza il coraggio necessario.
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