Non c’è niente di più difficile che tornare a guardare dentro se stessi, dice Fortunato Cerlino, che con Avemmaria firma il suo primo film da regista. La pellicola non si limita a raccontare una storia di vita: scava, scava a fondo, tra ferite e sogni infranti. Napoli, qui, non è la cartolina che conosciamo, ma un luogo dove i ricordi bruciano come fuoco vivo, dove la paura si annida negli angoli più nascosti. Al centro c’è Felice, un uomo diviso. Da una parte, la luce di una nuova vita che sta per nascere, dall’altra, l’ombra lunga di un passato ingombrante. È un viaggio dentro se stesso, uno scontro con il bambino che è stato, una presenza silenziosa ma potente, che ancora parla.
Pianura negli anni Ottanta: periferia sospesa tra isolamento e ombre
La storia si svolge negli anni Ottanta, a Pianura, quartiere a ovest di Napoli spesso chiamato “Far West” per la sua aria di abbandono e marginalità. Qui la camorra è un’ombra che incombe, mai in primo piano ma sempre presente, condizionando sogni, scelte e speranze di chi ci vive. Felice bambino abita con la sua famiglia in una casa modesta, fatta di due stanze strette, dove la povertà è una compagna costante. Il padre Raffaele, interpretato da Carmine Borrino, è disoccupato dopo una perdita che pesa ancora, mentre la madre Antonietta, segnata da gravidanze continue e dal lutto, si aggrappa con forza a ciò che resta della famiglia.
La nonna Filomena, sempre vestita di nero e intrisa di rancori antichi, aggiunge tensione e un senso di minaccia nella quotidianità. In questo piccolo mondo dove il destino sembra scritto fin dalla nascita — come recita un proverbio che si sente spesso ripetere — la fantasia di Felice è un lusso proibito. La vita impone lotta e sopravvivenza, e ogni tentativo di fuga rischia di spezzare quell’equilibrio fragile.
Sogni di felicità infranti da una realtà dura
Felice non è solo un bambino stretto nella morsa delle difficoltà economiche e sociali: nutre un amore profondo per il canto neomelodico, una tradizione popolare che pulsa nel cuore di Napoli. La maestra Giulia lo scopre e lo incoraggia, mostrandogli immagini simboliche come quella di Neil Armstrong che cammina sulla Luna, segno di speranza e di un possibile riscatto.
Ma la realtà è spietata. Per necessità, Felice è costretto a lasciare presto la spensieratezza e mettersi a lavorare. Quando si presenta l’opportunità di partecipare a Tombolino, un programma canoro per bambini, la sua strada si incrocia con un ostacolo insormontabile: per entrare nel concorso deve comprare un’enciclopedia costosa, un lusso fuori dalla portata della sua famiglia.
Quella delusione segna una svolta. Il Felice adulto compare all’improvviso davanti al bambino, in un edificio abbandonato che sembra racchiudere tutte le memorie e i rimpianti di quegli anni. Interpretato da Salvatore Esposito, l’uomo appare come un fantasma o un senzatetto, la dura verità che Felice deve affrontare. In quel confronto carico di tensione, il protagonista sprona il suo io bambino a reagire con rabbia alle ingiustizie subite, convinto che solo cambiando quel passato fragile si possa sperare in un presente diverso.
Luci e ombre: lo stile di Cerlino tra memoria e realtà
Fortunato Cerlino, conosciuto soprattutto come attore, dimostra con questo primo film una mano sicura nel raccontare atmosfere e tempi. I continui salti nel passato e nel presente sono gestiti con attenzione, bilanciando il realismo degli ambienti con una dimensione quasi onirica, sospesa tra ricordo e incubo.
La fotografia gioca un ruolo centrale: colori spenti, luci fredde, una Napoli lontana dalle cartoline, fatta di angoli dimenticati e durezza quotidiana. Questa scelta riflette lo stato d’animo di Felice, intrappolato tra muri domestici angusti e ferite che non si rimarginano.
La regia punta molto sulla fisicità dei personaggi e sulla pesantezza dei luoghi, amplificando la tensione che cresce scena dopo scena. Il montaggio alterna pause e momenti intensi, trascinando chi guarda in un viaggio fatto di identità e di peso del passato.
Un dramma familiare senza sconti su traumi e paura del domani
Avemmaria è soprattutto un dramma familiare denso e complesso, che indaga l’eredità emotiva e la fatica di fare i conti con le proprie radici. Il faccia a faccia tra Felice adulto e bambino diventa una resa dei conti inevitabile: nessuna illusione, nessun lieto fine facile, solo una verità dura da accettare.
Il film non cerca consolazioni, mostra invece con onestà quanto sia difficile rielaborare i traumi e quanto il futuro possa spaventare. Il ritmo è lento, meditativo, ma emerge la forza di una storia autentica che non cede al pietismo e affronta con rigore le relazioni familiari in un contesto difficile.
Il cast, con Salvatore Esposito, Mario Di Leva e Marianna Fontana, dà vita a personaggi vivi, lasciando un segno profondo grazie a interpretazioni intense e credibili.
Avemmaria esce nelle sale il 25 giugno 2026, distribuito da Europictures. Un film che invita a riflettere sulle radici e sulla difficoltà di scappare da un passato fatto di dolore e lotta quotidiana.
