Sette anni dopo il primo episodio, Grace torna al centro di un gioco mortale che aveva fatto breccia nel pubblico per la sua violenza e originalità. Questa volta, però, il sequel firmato dal duo Radio Silence sembra inciampare nel tentativo di espandere l’universo narrativo. L’azione aumenta, il sangue scorre di più, ma la storia perde quella forza che aveva reso unico il capitolo iniziale. Si alza la posta in gioco, certo, ma senza trovare un nuovo equilibrio, finendo per riproporre schemi già visti. Chi sperava in una ventata di novità resta inevitabilmente deluso.
La storia riparte quasi subito dopo il primo film, con Grace — interpretata da Samara Weaving — ancora in gioco ma alle prese con una sfida nuova. La sorella Faith, interpretata da Kathryn Newton, torna nella sua vita e complica tutto. Stavolta la posta è il cosiddetto “Posto d’Onore” nel Consiglio che muove le fila del potere nel mondo, allargando così lo sguardo su una dimensione più sociale e politica.
Quattro famiglie rivali danno la caccia a Grace, mettendo in pericolo Faith e portando la sorellanza al centro della scena. Il racconto alterna sparatorie e inseguimenti a un rapporto familiare tormentato dalla violenza e dalla tensione. Il tentativo di allargare il mondo narrativo si scontra però con una sceneggiatura che spesso scivola in soluzioni scontate, puntando più sull’azione che sui personaggi.
La sceneggiatura di Guy Busick e R. Christopher Murphy introduce una serie di personaggi, ognuno con un ruolo preciso nella caccia a Grace e Faith. Attori come Sarah Michelle Gellar, Shawn Hatosy, Nestor Carbonell, David Cronenberg ed Elijah Wood sono presenti, ma i loro ruoli restano piatti e poco sviluppati. Sembrano più comparse destinate a fare da carne da macello nelle scene di violenza coreografata.
L’arrivo di una sorella e il suo rapporto con Grace spostano il tono dal claustrofobico e cupo del primo film verso una narrazione più convenzionale e meno sorprendente. Anche se i temi della violenza patriarcale restano, il film si appoggia troppo a cliché già visti senza proporre nulla di nuovo. L’espansione della storia finisce per appesantire il ritmo e riempire la trama di stereotipi.
La regia di Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett segue i canoni del genere, ma manca di quel colpo d’occhio o di quella forza emotiva che restano impressi. Le ambientazioni sono più ampie rispetto al primo film e toccano una dimensione globale, ma senza guadagnare in originalità. Le armi e gli spargimenti di sangue aumentano, ma sembrano più fine a sé stessi che parte di una visione coerente.
Le interpretazioni, volutamente esagerate, non riescono a portare un tono ironico o parodistico efficace. Anzi, la ripetizione di caratteri stereotipati rafforza la sensazione di un prodotto che punta solo a intrattenere senza scavare più a fondo. Gli elementi satanici e demenziali si accumulano senza un filo logico, dando l’idea di un film costruito secondo un copione già scritto, pensato più per un consumo veloce che per lasciare il segno.
In sostanza, il film sembra un tentativo di sfruttare il successo del concept originale senza investire in creatività o innovazione. C’è violenza e qualche momento di tensione, ma tutto è filtrato da una prevedibilità che rende l’esperienza poco appagante, soprattutto per chi aveva amato il primo capitolo.
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