
Bari non si nasconde dietro facciate patinate in Cattiva strada, il debutto cinematografico di Davide Angiuli. Donato ha diciotto anni, ma sembra portare addosso il peso di una vita intera, quella di un giovane intrappolato tra sogni infranti e realtà spietate. Non è solo una storia di criminalità giovanile: è la fotografia cruda di una città che stringe la gola, dove il riscatto sembra un miraggio difficile da raggiungere. Tra il lungomare e lo stadio San Nicola, luoghi familiari eppure carichi di contrasti, ogni passo di Donato racconta una scelta difficile, una lotta quotidiana per restare a galla in un mondo che non concede seconde possibilità.
Donato, un giovane alle prese con una vita segnata
Donato, interpretato da Malich Cissé, è il volto di quel conflitto che nasce tra l’innocenza dell’adolescenza e le sfide di un mondo ostile. A soli 18 anni, si trova a fare i conti con una realtà che ha già consumato tante vite intorno a lui. La sua strada verso l’illegalità non è il frutto di una semplice ribellione, ma una risposta a un bisogno concreto. Il film riesce a far sentire tutto questo senza cadere nel solito stereotipo del criminale spietato, mostrando invece la malavita come una trappola sociale che chiude le porte al riscatto.
La storia si muove tra luoghi riconoscibili della città pugliese, e la sceneggiatura mette in evidenza come la pressione della società spinga molti verso la scelta del crimine. Donato vive ai margini di una comunità che sembra non offrire alternative: la sua è una storia fatta di compromessi continui, di un ragazzo che cerca di scappare da un destino già scritto. Un racconto cinico ma sincero che porta chi guarda a riflettere sulle radici profonde di un disagio giovanile che va ben oltre la semplice illegalità.
Il legame con la nonna: un’oasi di umanità nel caos
Al centro di Cattiva strada c’è anche un rapporto familiare intenso: quello tra Donato e la nonna, interpretata da Lucia Zotti. È un legame che fa da ancora in un mondo altrimenti fragile e difficile. La nonna, malata di Alzheimer, rappresenta per Donato la memoria di un passato possibile, il simbolo di una tenerezza che resiste anche davanti alla malattia.
Angiuli dirige con attenzione queste scene, puntando sui piccoli gesti, su scambi carichi di affetto che fanno da contrappunto alla durezza della strada. Gli attori danno vita a questo rapporto con naturalezza, mentre i dialoghi, spesso in dialetto barese, aggiungono un tocco di realismo che rafforza l’autenticità del racconto.
Accanto a Donato c’è Augusto, interpretato da Giulio Beranek, che porta in scena le difficoltà di una comunità albanese spesso invisibile ma parte integrante del tessuto sociale di Bari. Il confronto tra i due apre una finestra più ampia sulle dinamiche di una città che spesso resta a guardare, impotente di fronte a violenza e marginalità.
Criminalità senza filtri: il realismo e i limiti del racconto
La regia di Davide Angiuli è asciutta, segue passo dopo passo la discesa di Donato nel mondo della criminalità, senza abbellimenti. La narrazione lineare aiuta a seguire bene la storia, ma lascia poco spazio a sorpresa o a un’analisi più profonda delle tensioni interiori del protagonista. La sceneggiatura evita strade più complesse, perdendo così qualche occasione per dare più spessore psicologico e drammatico.
Il finale aperto lascia molte domande senza risposta, creando un senso di sospensione che mantiene viva la riflessione ma, allo stesso tempo, riduce un po’ l’impatto emotivo. Chi guarda resta con la sensazione di una storia solo in parte raccontata, come se il destino di Donato e degli altri personaggi rimanesse sospeso, in un limbo che confonde. Questo realismo crudo conferma l’idea di una strada cattiva che non regala riscatto, ma indica anche la necessità di approfondire ancora per completare il quadro.
Bari periferica: un’identità in cerca di riscatto
Nonostante qualche limite nella narrazione, Cattiva strada è un contributo importante per raccontare una periferia segnata da alienazione e marginalità. Gli attori, con una recitazione solida e convincente, danno vita a personaggi che si fanno riconoscere e credere. Il film diventa così una testimonianza di una realtà spesso nascosta dietro stereotipi e pregiudizi.
Il lavoro di Angiuli solleva domande importanti, mettendo in luce quanto sia difficile conservare l’umanità in un contesto dominato da ingiustizie sociali e scelte disperate. Qui, l’identità è un prezzo alto da pagare, soprattutto per chi cresce in un ambiente che non lascia spazio all’errore o alla ripartenza. La pellicola si presenta come un documento prezioso sulla fragilità e la forza di chi prova a resistere in un mondo che rischia di soffocare ogni speranza.
