Nei corridoi del Lido, tra volti noti e attese febbrili, è il biopic su Ann Lee a dominare le conversazioni. Lei, predicatrice inglese del Settecento, è la mente dietro il movimento degli Shaker negli Stati Uniti. Amanda Seyfried incarna una donna intensa, in un racconto che va oltre il semplice film storico. Non aspettatevi la solita celebrazione: qui la fede prende forma, diventa danza, canto, un’esperienza che coinvolge corpo e anima. Un viaggio sensoriale e profondamente umano, capace di sorprendere e sconvolgere.
Ann Lee è una figura fuori dal suo tempo. In un’epoca dominata da autorità maschili, si fa largo una donna decisa a rompere gli schemi. Nata in Inghilterra, si trasferisce in America e dà vita agli Shaker, una comunità basata su celibato, uguaglianza radicale e vita comune. I suoi seguaci la vedono come la reincarnazione di Cristo, un ruolo che la avvolge di mistero ma le procura anche sospetti e ostilità. Il film racconta questo dualismo, la forza di una donna che sfida società e religione, incarnando una leadership rara e controversa.
Ann Lee guida i suoi seguaci con rituali estatici che coinvolgono corpo e spirito, trasformando le sue prediche in un’esperienza collettiva, quasi ipnotica. Non è una biografia convenzionale, ma una testimonianza visiva di un cammino scandito da canti e danze che spezzano le abitudini sociali. La sua figura emerge come un simbolo di un femminismo ante litteram, ancora oggi attuale: una donna che occupa un ruolo per secoli riservato agli uomini, con tutto il carico di opposizione che ne deriva.
Presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2024, Il testamento di Ann Lee ha diviso nettamente il pubblico. Da un lato chi ha accolto con entusiasmo la scelta estetica e tematica della regista Mona Fastvold, dall’altro chi ha trovato difficile questo racconto fuori dagli schemi. Non è un horror, come qualcuno ha frainteso dal trailer, né un biopic lineare.
La pellicola rinuncia a una narrazione chiara e ordinata, preferendo una struttura a capitoli e un punto di vista filtrato dalla discepola di Ann Lee. Questo frammentarsi crea un effetto di straniamento e sogno, perché racconta la fede più come esperienza sensoriale che come semplice fatto storico. Il ritmo non segue quello di un dramma classico, ma si sviluppa tra sequenze musicali e rituali sospesi tra realtà e rappresentazione.
L’elemento più discusso è proprio la componente musicale, lontana dal musical tradizionale e più vicina a un cerimoniale ipnotico. Per molti il film è un’esperienza visiva e sonora affascinante; per altri risulta difficile da seguire, a tratti fastidioso o eccessivo. Come la stessa Ann Lee, il film suscita ammirazione e diffidenza.
Mona Fastvold ha scritto la sceneggiatura con il marito Brady Corbet, consolidando un sodalizio già noto, come dimostrato in The Brutalist. Per la regista norvegese è il terzo film e conferma il suo interesse per figure femminili in contesti storici complessi e per temi che mettono in discussione le convenzioni sociali.
Qui Ann Lee diventa il fulcro di un racconto che va oltre la biografia tradizionale per esplorare un culto basato sulla negazione del sesso e sulla condivisione totale. Fastvold non si limita a raccontare i fatti, ma vuole far sentire allo spettatore il peso e la bellezza di una fede vissuta nel corpo. La scelta di un biopic così sperimentale si lega anche a lavori precedenti, come Il mondo che verrà, che indagava l’amore lesbico nell’America del XIX secolo, confermando il suo sguardo attento a questioni di genere e marginalità.
Il film si regge sulla colonna sonora originale di Daniel Blumberg, che riprende inni autentici del XVIII secolo degli Shaker, mescolando voci e strumenti in un tessuto sonoro dolente e ruvido. Le danze frenetiche che accompagnano le preghiere sono il cuore fisico e spirituale della storia.
Le immagini di William Rexer accentuano questa dimensione: i corpi sudati e agitati vibrano davanti alla macchina da presa, mentre la luce soffusa e i colori scuri creano un’atmosfera densa di tensione e suggestione. Girato in 70mm, il film ricorda per intensità e ritualità certe atmosfere di Midsommar di Ari Aster.
Musica, movimento e fotografia si fondono in un’esperienza quasi tattile: lo spettatore è chiamato a percepire la fede come energia viscerale, un vortice tra incanto e disagio. Alcune scene sono disturbanti, quasi minacciose, come se si fosse davanti a un gruppo di menadi in trance. Questa scelta mette in luce la religiosità degli Shaker più come evento fisico che dogma.
Amanda Seyfried regge il film sulle sue spalle. La sua Ann Lee non è solo una guida spirituale, ma un personaggio complesso e sfaccettato. Seyfried costruisce un volto in bilico tra fragilità emotiva e la forza assoluta della fede.
Il suo sguardo intenso e i tratti delicati si sposano bene con il ruolo di reincarnazione di Cristo che la comunità le attribuiva. La sua interpretazione punta molto sulla fisicità: voce, corpo, gesti e mimica mostrano tensioni interiori esposte senza filtri, nel dolore e nella bellezza.
Nonostante la centralità della sua figura, gli altri personaggi restano sullo sfondo, poco approfonditi. Una scelta che concentra tutta l’attenzione su Ann Lee, lasciando però qualche rimpianto per figure che avrebbero potuto essere più sviluppate.
Più che un semplice biopic, Il testamento di Ann Lee è un’opera stratificata e difficile da etichettare. È un mix di dramma storico, musical atipico e esperienza rituale, dove la fede prende forma attraverso coreografie, preghiere e momenti di trance collettiva.
Questo approccio rende il film affascinante e complesso, capace di suscitare reazioni forti. Non si limita a raccontare, ma cerca di far sentire e toccare con mano la realtà spartana e mistica degli Shaker. Ogni elemento contribuisce a un’atmosfera febbrile e a tratti inquietante, che restituisce in modo crudo la natura di una fede vissuta nel corpo e nella mente.
Il testamento di Ann Lee resta un lavoro audace, che anche se non convince del tutto, permette di immergersi in un pezzo poco conosciuto della storia americana e religiosa, con uno stile visivo che lascia il segno.
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