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Burocrazia sottrae il 50% del tempo degli oncologi alle visite: 19 ore settimanali perse per pratiche delegabili

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Redazione

Quasi venti ore di assistenza ogni settimana sprecate a causa della burocrazia: è il conto salato che paga il Cipomo, un punto di riferimento fondamentale per i malati in Italia. Dietro a ogni modulo compilato, a ogni autorizzazione richiesta, si nasconde un tempo prezioso che sfugge a chi ha più bisogno di aiuto. Le procedure lente, spesso inutilmente complesse, bloccano chi dovrebbe ricevere cure e supporto, trasformando ogni passo in un ostacolo. Non sono solo i pazienti a soffrirne: anche gli operatori si trovano incastrati tra scartoffie e regolamenti, costretti a dedicare energie lontano dall’assistenza diretta. Il risultato è chiaro e pesante: meno ore di aiuto concreto e giornate più difficili per chi si affida al Cipomo.

Dove si perdono le ore di assistenza

Il problema principale è la gestione burocratica interna, che sottrae ben 19 ore a settimana ai pazienti. Gli operatori, invece di occuparsi direttamente delle persone, passano troppo tempo a compilare moduli, chiedere autorizzazioni e fare verifiche. Spesso queste attività potrebbero essere affidate a personale dedicato o snellite con procedure più semplici.

In più, la burocrazia coinvolge diversi enti e livelli di autorizzazione che non comunicano bene tra loro, rallentando tutto il processo. Così si crea un divario sempre più ampio tra quello di cui hanno bisogno i pazienti e ciò che il centro riesce a offrire.

A peggiorare la situazione, manca un sistema digitale integrato che renda più veloce e fluido il lavoro. Le informazioni viaggiano ancora tra uffici, documenti cartacei, email e telefonate, allungando i tempi per questioni che non portano alcun beneficio diretto a chi è assistito.

Cosa comporta tutto questo per i pazienti

Perdere quasi venti ore di assistenza a settimana vuol dire meno visite a domicilio, meno attenzione personalizzata e meno tempo per gestire emergenze o confrontarsi con le famiglie. I pazienti si trovano spesso a dover aspettare o a ricevere un supporto frammentato e meno continuo.

Le famiglie segnalano un senso crescente di abbandono e insoddisfazione che si traduce in più stress, sia per chi è malato sia per chi si prende cura di lui. La continuità assistenziale, che dovrebbe essere il cuore del lavoro del Cipomo, rischia così di indebolirsi.

Anche gli operatori ne risentono: passano sempre più tempo sulle pratiche burocratiche “non delegabili” e meno sui momenti di aiuto più urgenti. Così si crea un circolo vizioso in cui i pazienti diventano spettatori di procedure che finiscono per rallentare la loro cura.

Come uscire dalla morsa della burocrazia

La chiave sta nel semplificare davvero le procedure, ridistribuendo compiti e responsabilità. Una strada concreta è l’introduzione di strumenti digitali più avanzati che automatizzino invio e archiviazione delle pratiche, riducendo carta e passaggi manuali tra uffici.

Serve anche formare il personale su metodi di lavoro più snelli e orientati al paziente, così da alleggerire il peso delle incombenze burocratiche sugli operatori. Delegare alcune attività amministrative a figure specifiche, che non si occupano direttamente della cura, potrebbe fare la differenza.

Infine, è fondamentale che enti e servizi sociali lavorino a stretto contatto, con protocolli condivisi e scambio rapido di informazioni, per evitare duplicazioni e inutili rinvii. Solo così si possono recuperare ore preziose da dedicare ai pazienti, migliorando qualità e continuità dell’assistenza.

Il rapporto tra assistenza e burocrazia al Cipomo resta un tema caldo nel 2024. Trovare soluzioni concrete è urgente, per difendere i diritti dei malati più fragili e garantire un sistema sanitario più efficace e umano.

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